Sei morti in 68 giorni nella stessa famiglia: una storia di Montella nel 1817

Il 18 settembre 1817, alle undici del mattino, a Montella muore un bambino di appena un anno. Si chiama Giuseppe Iannella. Nell’atto di morte n. 230 viene indicato come figlio di Angelo Iannella e Caterina Pizza, una famiglia che vive in strada San Simeone.

La morte di un bambino così piccolo oggi ci colpisce immediatamente, ma nei registri dell’Ottocento purtroppo non è un evento raro. I nomi di bambini morti nei primi mesi o nei primi anni di vita ricorrono continuamente e, se leggessimo soltanto quell’atto, probabilmente la storia di Giuseppe finirebbe lì: un nome, un anno di vita, due genitori e una data.

Ma il registro continua.

Passano quarantotto giorni. È la notte del 5 novembre quando, nella stessa strada San Simeone, muore Caterina Pizza. Sono le due. Ha circa quarant’anni, è contadina, moglie di Angelo Iannella e figlia del fu Giuseppe Pizza e di Nicoletta Fusco. È la madre del piccolo Giuseppe.

L’atto n. 277 registra la sua morte con il linguaggio ordinato e impersonale dello Stato Civile. Nulla, in quelle righe, prepara a ciò che accadrà prima che quella stessa giornata sia terminata.

Alle dieci di sera, venti ore dopo, il registro torna sulla famiglia Iannella.

L’atto n. 278 riguarda Lucia. Ha diciassette anni, vive anche lei a San Simeone ed è figlia di Angelo Iannella e della fu Caterina Pizza.

È proprio quel “fu” a fermare la lettura.

La Caterina dell’atto precedente era morta soltanto venti ore prima. In poche righe di registro è già diventata “la fu Caterina”, e ora accanto al suo nome compare anche quello della figlia sedicenne.

La notte passa. Arriva il 6 novembre.

Alle due del pomeriggio viene redatto l’atto n. 279.

Questa volta il nome è Angelo Iannella.

Ha circa quarant’anni, è chiodarolo ed è il marito della fu Caterina Pizza. È anche il padre di Giuseppe e Lucia. Il documento lo indica come figlio del fu Antonio Iannella e di Carmenella Rosaria.

Sono trascorse sedici ore dalla morte di Lucia e trentasei da quella di Caterina.

Dopo il terzo atto resta soltanto il silenzio. I documenti ci hanno accompagnato fino a quella casa, ci hanno dato i nomi, gli orari, i legami familiari. Poi, proprio davanti alla domanda più importante, si fermano.

Non sappiamo che cosa stesse accadendo a San Simeone in quelle ore. Sappiamo soltanto che tra la notte del 5 novembre e il pomeriggio del giorno successivo Caterina, Lucia e Angelo entrarono uno dopo l’altro nel registro dei morti.

E sappiamo anche che, meno di sette settimane prima, in quella stessa famiglia era morto Giuseppe.

Potrebbe sembrare la fine della sequenza.

Non lo è.

Nell’atto di Angelo era comparso un altro nome: quello di sua madre, Carmenella Rosaria. Ha settantacinque anni ed è vedova di Antonio Iannella.

Sedici giorni dopo la morte del figlio, il 22 novembre, anche il suo nome entra nel registro.

L’atto n. 294 contiene un particolare che, dopo quanto è accaduto nelle settimane precedenti, acquista un significato difficile da ignorare: Carmenella muore «nella casa di abitazione del fu suo figlio Angelo Iannella».

La casa torna ancora una volta.

È la casa di un figlio che da sedici giorni non c’è più, marito di Caterina e padre di Giuseppe e Lucia, morti tutti nelle settimane precedenti.

Ma neppure questo è l’ultimo atto.

Passano tre giorni.

Il 25 novembre viene registrata la morte di Arcangela Iannella, circa quarant’anni.

L’atto n. 297 la identifica come figlia dei defunti Antonio Iannella e Carmenella Rosaria.

Arcangela è la sorella di Angelo.

Ed è soltanto arrivati a questo punto che la dimensione di ciò che è accaduto diventa evidente.

Il 18 settembre era morto Giuseppe, un bambino di un anno. Il 5 novembre sua madre Caterina e, venti ore dopo, sua sorella Lucia. Il giorno seguente era morto il padre Angelo. Sedici giorni più tardi la madre di Angelo, Carmenella. Tre giorni dopo ancora, sua sorella Arcangela.

Sei persone della stessa famiglia.

Tre generazioni.

Sessantotto giorni.

I documenti permettono di ricostruire con precisione i legami e la successione degli eventi, ma non spiegano ciò che vorremmo sapere più di ogni altra cosa. Negli atti non compare la causa dei decessi. Non possiamo stabilire se le sei morti siano collegate tra loro e non possiamo neppure affermare che Caterina, Lucia e Angelo, morti nell’arco di appena trentasei ore, siano stati colpiti dalla stessa causa.

È proprio qui, però, che una ricerca genealogica cambia natura.

Finché seguiamo Giuseppe, Caterina, Lucia e Angelo stiamo ricostruendo un nucleo familiare. Quando arrivano Carmenella e Arcangela siamo costretti ad allargare l’albero e a seguire anche madre, sorella e collaterali. Poi neppure la famiglia basta più.

La domanda esce da quella casa di San Simeone e si allarga a Montella.

Che cosa stava accadendo nell’autunno del 1817?

La domanda non nasce dal desiderio di trovare a tutti i costi una spiegazione, ma dal contesto storico in cui quei sei atti furono scritti. Gli anni 1816 e 1817 furono segnati in molte zone d’Europa e dell’Italia da una grave crisi alimentare, accompagnata dalla diffusione del tifo petecchiale. Anche le fonti relative al Principato Ultra descrivono il peso della carestia e delle epidemie sulla popolazione.

Questo contesto non ci autorizza però ad attribuire al tifo le morti della famiglia Iannella. I loro atti non lo dicono e, fino a quando non emergeranno altre fonti, qualunque collegamento rimane soltanto un’ipotesi da verificare.

Ma è un’ipotesi che indica una nuova direzione di ricerca.

Bisogna uscire dalla genealogia della singola famiglia e osservare la mortalità dell’intera comunità: quanti decessi furono registrati a Montella nell’autunno del 1817? Sono più numerosi rispetto agli stessi mesi degli anni precedenti? Esistono altre famiglie nelle quali le morti si concentrano in pochi giorni? I registri parrocchiali aggiungono informazioni che lo Stato Civile non contiene? Nei fondi dell’Intendenza di Principato Ultra esistono relazioni sanitarie, provvedimenti, richieste di approvvigionamento o corrispondenza relativa a epidemie e carestia?

È questo il momento in cui sei atti di morte smettono di raccontare soltanto una famiglia e cominciano a interrogare la storia di un paese.

Ed è anche il motivo per cui una ricerca genealogica non può limitarsi alla linea diretta degli antenati. Se ci fossimo fermati a una sola persona, questa storia non sarebbe mai emersa. È stato necessario mettere insieme figli, genitori, madre e sorella, seguendo la rete familiare invece di un solo ramo. È lo stesso principio che nella ricerca genealogica viene applicato studiando anche familiari, persone associate e vicini: spesso è ciò che sta intorno a un antenato a permetterci di comprenderne davvero la storia.

Rimangono quindi sei atti: n. 230, 277, 278, 279, 294 e 297. Presi separatamente raccontano sei morti. Letti insieme restituiscono qualcosa di completamente diverso.

Giuseppe aveva un anno. Lucia sedici. Caterina e Angelo circa quaranta. Arcangela circa quaranta. Carmenella settantacinque.

Non sappiamo che cosa abbia unito, se qualcosa davvero le unì, quelle sei morti.

Sappiamo però che tra il 18 settembre e il 25 novembre 1817 una sola famiglia di strada San Simeone attraversò una sequenza impressionante di perdite, concentrata in appena sessantotto giorni.

I documenti ci hanno permesso di ricostruire ciò che accadde.

Ora resta la domanda più difficile:

perché?

Ed è da quella domanda che la ricerca continua.

FONTI

Archivio di Stato di Avellino, Stato Civile, Comune di Montella, Atti di morte, anno 1817, nn. 230, 277, 278, 279, 294 e 297. Documentazione consultata attraverso il Portale Antenati.

Le relazioni di parentela e le informazioni anagrafiche riportate nell’articolo derivano dagli atti citati. I documenti esaminati non indicano la causa dei decessi e non consentono, allo stato attuale della ricerca, di attribuire le sei morti a un’unica causa.

Il riferimento alla crisi alimentare e alle epidemie del 1816-1817 costituisce esclusivamente il contesto storico nel quale la vicenda si colloca e indica una possibile direzione per ulteriori ricerche; non rappresenta un’attribuzione della causa di morte alle persone citate.

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